Chiesa di Sant'Agostino

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CENNI STORICI

I padri Agostiniani, presenti in città fin dal XII secolo, fanno erigere la chiesa, per implorare la protezione della Vergine contro la peste, a partire dal 1338 intitolandola prima a Santa Maria del Popolo, successivamente a Sant’Agostino.

L’edificio si trovava nel punto di maggior confluenza dei pellegrini, dei viaggiatori e dei mercanti provenienti sia da Roma sia da Senigallia. Data tale felice collocazione urbanistica, che ne determinò il successo popolare, viene ampliata nel 1493 e per dare visibilità all’importanza acquisita dal tempio, gli Agostiniani commissionano nel 1460 la realizzazione di un imponente portale all’artista più famoso allora operante in città, Giorgio di Matteo da Sebenico. I lavori si interrompono nel 1475 con la sua morte e sono affidati a Michele di Giovanni da Milano e Giovanni Veneto, all’interpretazione personale dei quali però non è lasciato spazio poiché dovettero seguire il disegno compositivo originale del maestro.

La chiesa è oggetto di notevoli interventi nel ‘700 affidati a Luigi Vanvitelli, sia al suo interno che in facciata, che viene modificata in stile barocco, munita di un cornicione mistilineo che andava ad inquadrare il portale quattrocentesco, preservato dalla distruzione del restante edificio.

Dell’intervento, terminato nel 1764, non rimane nulla, in quanto la chiesa viene trasformata in ospedale militare con l’occupazione napoleonica del 1797. Gli Agostiniani, dapprima confinati in una parte del convento, devono lasciarlo nel1809 inseguito alla soppressione degli ordini religiosi dell’anno precedente e l’edificio è adibito a caserma accogliendo le truppe di Gioacchino Murat nel 1813.

Dopo alterne vicende, del complesso resta oggi solo l’unica testimonianza dell’antico portale, mentre il cospicuo apparato decorativo che ornava l’interno, come le 14 storie della vita di San Nicola da Tolentino di Andrea Lilli e due statue di putti del Varlè, è andato disperso, finendo in varie chiese della città o nella Pinacoteca comunale o addirittura perduto.