27 - La Moral Filosophia del Doni

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Anton Francesco Doni si stabilisce a Venezia fra il 1548 al 1555; dopo una prima proficua collaborazione con Gabriel Giolito de’ Ferrari, nel 1551 Doni inizia il sodalizio editoriale con Francesco Marcolini. Con il Doni, già membro dell’Accademia Ortolana e quindi di quella Fiorentina, la stamperia del Marcolini diviene sede dell’Accademia dei Pellegrini, di cui l’editore riveste il ruolo di segretario e unico tipografo.

La Moral filosophia e i Trattati si propongono quale opera collettiva degli accademici ingegni. Autori fittizi, eteronimi del Doni, i Pellegrini si dichiarano, infatti, responsabili ciascuno della traduzione di uno dei tre libri di cui si compone la Moral filosophia (“lo Stracco” del primo, “il Pigro” del secondo, “il Divoto” del terzo), nonché dei sei Trattati (traduttori: “l’Ardito”, “il Nobile”, “il Bizzarro”, “l’Ignorante”, “il Gentile” e “l’Inviluppato”).

Congiunta alla lettera del Presidente e alla risposta del Doni, questa finzione consente il continuo intervento dell’autore nella materia letteraria, in cui vengono enunciati, fra l’altro, i principi teorici e pratici del Doni traduttore.

La Moral filosophia consiste, infatti, nella traduzione di un testo che aveva misteriosamente attraversato il mondo allora conosciuto ed era circondato da un alone di leggenda: il Pañcatantra, silloge indiana di novelle del IV-VI sec. d.C., in seguito tradotta in lingua “persica, arabica, ebrea, latina, spagnola”, come opportunamente segnalato dal Doni nella nota ai lettori. La scelta sembra costituire il naturale approdo della vocazione novellistica del Doni che, pur corteggiando il genere da sempre, rifiuta di cedere al modello boccaccesco della raccolta a cornice optando per una tipologia mista, in cui la novella si faceva spazio a partire dalle Lettere, mentre qui il racconto si espande in un infinito gioco di scatole cinesi.

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L’intento precettistico-morale dell’archetipo esotico, indirizzato ai detentori del potere, si dipanava, attraverso il dialogo di Sendebar filosofo con il sovrano Distes, per via di due diversi dispositivi narrativi che concedono al Doni l’occasione di segmentare la propria opera nella Moral filosophia e nei Trattati: da una parte il resoconto delle infide manovre del cortigiano indiano, dall’altra gli interrogativi morali sottoposti dal principe al filosofo. Protagonista della Moral filosophia, ambientata in una maccheronica terra d’Oriente, diviene il Mulo; in veste di interlocutori dei Trattati si fronteggiano Francesco Sforza e maestro Dino, alias il Doni, impegnati a disquisire in terra nostrana. 

L’argomento è dunque quanto mai nelle corde del Doni, che ne approfitta per radicalizzare la propria posizione anti-cortigiana auspicando al contempo, attraverso la punizione del Mulo, il trionfo di Verità e Virtù. 

Introduce al libro sapienziale la xilografia con i sei globi e la sfera armillare, a cui fanno contorno tre figurette allegoriche (Sapienza celeste, Tempo, Vizio/Odio) e la sentenza in greco: “La sapienza di questo mondo è stoltezza presso Dio”, tratta dalla Prima lettera ai Corinzi di San Paolo (3, 19). La tavola diviene incipit del libro “filosofico”, in cui rispetto al modello indiano risulta accentuata dal Doni la morale ottimistica della vicenda, risolta nella punizione del Mulo grazie al trionfo della Verità.

Suggello di garanzia della pubblicazione e strumento strategico di fidelizzazione del pubblico dei lettori, vuole essere l’inserimento dei ritratti di Francesco Marcolini e di Pietro Aretino, all’inizio del libro secondo e in apertura del libro terzo. Per il Marcolini viene riusato il ritratto disegnato da Giuseppe Porta per le Sorti del 1540. 

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